L´evoluzione dei Mammiferi é un affascinante storia, ma poco raccontata e compresa. È la storia geologica e paleontologica del nostro mondo moderno, della sua biodiversitá e la sua ecologia.
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Fin dal 1806, anno del primo ritrovamento di resti di mammuth lanoso (Mammuthus primigenius), gli scienziati di tutto il mondo si sono domandati in che modo questa specie, dominatrice per migliaia di anni delle regioni più settentrionali del nostro pianeta, sia scomparsa. I due principali indiziati per l'estinzione di questo proboscidato sono da sempre stati ritenuti i cambiamenti climatici e l'uomo. Nel primo caso, i mammuth si sarebbero estinti per la riduzione del loro habitat e l'aumento delle temperature, nel secondo per la caccia indiscriminata da parte delle popolazioni umane che cominciavano ad abitare regioni sempre più boreali.
Entrambe queste cause, prese da sole, possono difficilmente spiegare il declino dei mammuth, per questo motivo un gruppo di ricercatori spagnoli, guidato da David Nogués-Bravo del Consejo Superior de Investigaciones Cientificas di Madrid, ha tentato un approccio alternativo a quelli fino ad ora utilizzati, per determinare la causa di questa scomparsa. I ricercatori hanno realizzato una modellizzazione quantitativa delle condizioni climatiche dell'Eurasia in diversi periodi: tre momenti durante l'ultima glaciazione del Pleistocene (42.000, 30.000 e 21.000 anni fa), uno nel periodo interglaciale precedente (126.000 anni fa) e uno in quello successivo (6.000 anni fa). Per ciascun periodo, sono state ricostruite le condizioni climatiche, le precipitazioni medie, le temperature medie, mimime e massime, tutti fattori fondamentali per identificare, di volta in volta, le aree che potevano supportare habitat favorevoli al sostentamento di popolazioni di mammuth.
I risultati indicano che, dall'inizio dell'ultima glaciazione al momento della loro estinzione, questi giganti pelosi videro una catastrofica riduzione delle aree a loro favorevoli. Infatti, se 42.000 anni or sono potevano ritrovare habitat adatti su una superficie di 7,7 milioni di Km quadrati, distribuita uniformemente in tutto il nord dell'Eurasia e non frammentata, 6.000 anni fa questa superificie si era ridotta a soli 0,8 milioni di Km quadrati. Inoltre, dopo il termine dell'ultima glaciazione gli habitat favorevoli erano distribuiti a chiazze sul terriorio. In questo modo, si formarono numerose piccole popolazioni di mammuth isolate tra loro che, in seguito all'inevitabile diminuzione del flusso genico tra esse, probabilmente videro ridursi sia la variabilità genetica che la fitness.
Le analisi, tuttavia, dimostrano che anche nel periodo interglaciale precedente, tra 130 e 120.000 anni fa, la situazione climatica e ambientale non fu favorevole ai mammuth, anzi. Infatti, 126.000 anni fa solamente 0,3 Km quadrati di Eurasia, anche in questo caso frammentati in piccoli territori, potevano ospitare esigue popolazioni di questa specie, con i conseguenti problemi descritti sopra. Ma, come sappiamo, in quel caso i mammuth si ripresero e tornarono ad essere i dominatori delle regioni settentrionali fino a 3.500 anni fa, quando si estinsero.
Come mai i mammuth nell'ultimo interglaciale si ripresero e dopo l'ultima glaciazione no? Quale differenza intercorre tra queste due situazioni? Secondo i ricercatori la spiegazione non può essere che una sola: l'arrivo nelle zone settentrionali delle popolazioni umane, che avanzarono man mano che lo sciglimento dei ghiacci glielo permise. Nell'Olocene, dunque, i mammuth, già indeboliti dalle condizioni climatiche che li confinarono in piccole aree circoscritte e quindi molto vulnerabili, furono bersaglio facile per i cacciatori umani, che determinarono la loro definitiva scomparsa.
La coincidenza temporale della scomparsa di habitat adatti, che indebolì fortemente le popolazioni di mammuth, e l'incremento dell'impatto antropico, che diede loro il colpo di grazia, causarono l'estinzione di questo eneorme mammifero eurasiatico.
L'articolo "Climate Change, Humans, and the Extinction of the Woolly Mammoth", pubblicato su PLoS Biology, è liberamente disponibile online.
FONTE: Andrea Romano