L´evoluzione dei Mammiferi é un affascinante storia, ma poco raccontata e compresa. È la storia geologica e paleontologica del nostro mondo moderno, della sua biodiversitá e la sua ecologia.
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Minatori hanno scoperto in Romenia un scheletro quasi completo di Mastodonte, vecchio almeno 2,5Ma.
Come annunciato venerdi scorso (09.08.2008), la scoperta é avvenuta in una miniera di carbone nei pressi del paese di Racosul de Sus, a 170 chilometri da Bucarest.
Imparentato con il possente Mammut, il Mastodonte era un genere d´elefante alto fino a tre metri, e lungo sette, con un teschio piú allungato in relazione al corpo.
La scoperta rappresenta una delle piú giovani testimonianzi del Mastodonte in Europa, questi animali si estinsero sul continete circa 2 a 3 Ma fá,mentre sopravisse in Nordamerica fino all´ultima glacazione.
Lo scheletro ora ritrovato é completo al 90%, solo il teschio e le zanne sono danneggiate. Si spera di recuperare il fossile entro i prossimi due mesi, e di esporlo in futuro nel museo della vicina cittá di Baraolt.
La prima fase di sviluppo della placenta è controllata da geni comuni a tutti i mammiferi, mentre la seconda da geni specie-specifici. Questo organo si è dunque evoluta in un antenato comune ai mammiferi e successivamente differenziata e specializzata in ogni taxon, in base alle diverse modalità di gestazione.
La placenta, l'organo mediante il quale avvengono gli scambi di ossigeno e sostanze nutritive, nonchè di anticorpi, dalla madre all'embrione e il passaggio dei prodotti di rifiuto nella direzione opposta, è una struttura unica dei mammiferi e rappresenta dunque una novità evolutiva. Ma in che modo questo organo, così fondamentale per lo sviluppo degli embrioni dei mammiferi, si è evoluto a partire da predecessori che ne sono privi? A questa domanda ha cercato di rispondere un gruppo di ricercatori della Stanford University.
Dato che la placenta è l'unico organo che si sviluppa solo in età adulta e viene eliminato al termine della gravidanza, i biologi hanno cercato risposte sulla sua evoluzione analizzando e confrontando tra diversi gruppi animali quali geni, responsabili della sua formazione, vengono attivati nelle varie fasi della gestazione. Utilizzando come oggetto di studio la placenta di topo, i ricercatori, dalle pagine della rivista Genome Research, hanno evidenziato che questo organo si sviluppa in due fasi distinte, grazie all'attivazione disgiunta di altrettanti set di geni.
La prima fase di sviluppo della placenta, che inizia con la fecondazione e prosegue fino a circa metà della gestazione, avviene in seguito all'attivazione di numerosi geni, che sono stati rinvenuti anche in rettili ed uccelli. Questo aspetto, insieme al fatto che tutti tali geni si riscontrano in ogni specie di mammifero, indica che l'origine della placentazione probabilmente avvenne in un mammifero ancestrale che ereditò tali geni dai progenitori sauropsidi.
La seconda fase, invece, che perdura fino alla nascita della prole, sembra essere controllata dall'attiviazione di geni specie-specifici. Questo significa che nei diversi gruppi di mammiferi si attivano geni evolutisi indipendentemente e più di recente (secondo lo studio in seguito ad eventi di duplicazione) all'interno di ognuno di essi. Questo risultato non stupisce se si pensa alla differenza nella gestazione dei diversi mammiferi: pochi giorni nei roditori, quasi due anni negli elefanti, con tutte le situazioni intermedie.
Dall'origine comune, che ha conferito le iniziali capacità di trasferimento di sostanze tra madre ed embrione, ogni placenta dunque si è successivamente evoluta e specializzata. Questo è stato possibile grazie all'azione congiunta di specifici set di geni che si trovano modificati e differenziati nei vari taxa, in modo tale da consentire il compimento nel migliore dei modi delle diverse gravidanze tipiche dei diversi animali e favorire il corretto sviluppo embrionale.
Andrea Romano
Alcuni antenati degli elefanti erano organismi semi-acquatici, in quanto dividevano la loro vita tra l'acqua, in cui si nutrivano di piante, e la terra ferma.
Dall'analisi di isotopi di carbonio e ossigeno, un gruppo di ricercatori, guidato da Alexander Liu della University Of Oxford, ha identificato l'habitat e lo stile di vita di due membri ormai estinti dell'ordine dei proboscidati (Proboscidea), quello di cui fanno parte gli odierni elefanti. I due generi in questione sono il Moeritherium e il Barytherium, che, secondo questo studio pubblicato sulla rivista PNAS, passavano gran parte dela loro vita in acqua, intenti a nutrirsi di piante acquatiche.
Conoscendo la proporzione degli isotopi di ossigeno e carbonio nelle ossa ormai fossilizzate, è infatti possibile comoprendere sia la dieta che l'habitat preferito dall'individuo oggetto di studio. In questo caso, l'analisi condotta sul contenuto di isotopi presenti nello smalto dei denti di queste due specie ha mostrato che il Moeritherium e il Barytherium, vissute nell'Eocene intorno a 37 milioni di anni fa, avevano uno stile di vita anfibio, dividendo la loro vita tra le acque dolci e le terre emerse. Secondo gli autori, frequentavano probabilmente zone paludose e ambienti sulle rive dei corsi d'acqua.
Questo risultato non stupisce, in quanto gli elefanti condividono un predecessore comune, vissuto intorno a 60 milioni di anni fa, con gli iracoidei, o procavie (ordine Hyracoidea), e i sirenidi (ordine Sirenia). In particolare, questi ultimi, di cui oggi rimangono solo i dugonghi (famiglia Dugongidae) e i lamantini (famiglia Trichechidae), sono organismi esclusivamente acquatici. Non è difficile quindi pensare all'esistenza di un antenato comune acquatico o semi-acquatico tra questi gruppi di animali, che hanno successivamente intrapreso strade evolutive separate andando a colonizzare due ambienti totalmente differenti.
Andrea Romano
Un articolo recente descrive la scoperta di materiale fossile (resti di un cranio e degli arti) di un marsupiale del Eocene della localitá Tingamarra (Australia) - i resti dell´piú antico marsupiale finora scoperto in Australia e denominato Djarthia. Sorprendentemente lo studio ha anche evidenziato una stretta parentela del fossile con tuttora viventi piccoli marsupiali del Chile e dell´Argentinia, i Kolokolo o "piccole scimmie dei monti" (genere Dromiciops).
Questo implica che il gruppo si diversificó prima che il supercontinente Gondwana si spacco in due, separando l´Australia e il Sud America, cioé almeno 40 Ma fá.
Djarthia era un animale piccolo, adattato ad arrampicarsi sugli alberi, cacciando piccoli insetti e integrando nella sua dieta anche frutti.
Dromiciops gliroides
BIBLIOGRAFIA:
BECK et al. (2008): Australia's Oldest Marsupial Fossils and their Biogeographical Implications. PLoS ONE 3(3)